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Le prime ricerche sui documenti dell’Archivio della Magnifica Comunità risalgono all’Ottocento, ad opera di Tullio-Sartori Montecroce, che ne studiò il diritto consuetudinario. Egli descrisse l’organizzazione dei documenti nel suo tempo, specificando che fino al 1730 erano conservati nella sagrestia della Pieve, poi trasferiti in 25 cassetti nel Palazzo della Loza per iniziativa dello scario Giuseppe Rizzoli.

Tuttavia, una divisione in cassetti esisteva già prima del 1730, come dimostrato da un Registro dell’Archivio redatto tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, che catalogava i documenti in serie alfabetiche e forniva regesti dei più importanti (fino al 1728).

L’anno successivo, il nuovo scario Giovanni Antonio Defrancesco propose lo spostamento dell’archivio in altra sede a causa del pericolo di incendio che avrebbe potuto correre, a cui avrebbe fatto seguito anche la redazione di un nuovo inventario. 

Nel 1730, in seguito al trasferimento, il cancelliere Carlo Antonio Miorini compilò un nuovo inventario (di cui resta una copia del 1752). Un nuovo ordinamento fu realizzato nel 1773 dal religioso Puel, con 22 cassetti, ma il Sartori ne riferisce 25.

Nel corso dell’Ottocento si iniziò a raccogliere i documenti anche in fascicoli annuali, pur mantenendo l’uso dei cassetti per gli atti più rilevanti.

Durante il periodo napoleonico (1811), la Comunità adottò un sistema basato su registri di protocollo (“degli esibiti”), che coesistette con quello dei cassetti per tutto il XIX secolo. Un tentativo di nuova sistemazione si ebbe all’inizio del Novecento, ma non ne restano tracce dettagliate.

Dal 1909 al 1995, l’archivio fu organizzato in fascicoli per affari. Dal 1912 venne adottato un titolario di classificazione (20 classi e 50 sottoclassi), sostituito solo nel 1995 da uno nuovo, per adeguarsi alle mutate esigenze.

Nel 1925, su proposta di Fulvio Mascelli e don Lorenzo Felicetti, fu regestata solo la parte pergamenacea dell’archivio, il cui risultato è nel “Regesto dei documenti” (1926).

A fine anni novanta, su proposta del Consesso dei Regolani, la Provincia Autonoma di Trento e in particolare il Servizio beni librari e archivistici si occupò così del riordino e dell’inventariazione dell’Archivio storico. Il lavoro venne portato a termine grazie all’impegno di Francesca Morandini, Paola Carrucci e soprattutto di Rodolfo Taiani e Marcello Bonazza i quali, nel 1999, curarono l’inventario stesso dell’Archivio (1234-1945), pubblicato come secondo numero della collana Archivi del Trentino: fonti, strumenti di ricerca e studi.