Domus Magna. Il palazzo della Magnifica Comunità di Fiemme
Il Palazzo Vescovile di Cavalese, oggi sede della Magnifica Comunità di Fiemme, si trova nel cuore della cittadina, che da sempre rappresenta il centro principale della valle. La sua storia è inevitabilmente complessa, sia per la sua antichità, sia perché per secoli, fino al 1802, fu il simbolo del potere del principe in valle. Anche dopo l’annessione del principato all’Impero asburgico, l’edificio rimase di proprietà vescovile fino al 1850, quando fu acquistato dalla Comunità Generale di Fiemme.
Un attento esame su una trave portante tra il primo e il secondo piano ha datato la sua origine alla seconda metà del XIII secolo, collocandone la posa tra la fine di quel secolo e l’inizio del successivo.
Per il Trecento mancano documenti che riguardano direttamente il palazzo, per cui non è possibile stabilire se fosse già residenza del principe o sede del tribunale di Fiemme. La prima serie di stemmi vescovili presenti sulla facciata del palazzo, affrescati successivamente al restauro e all'ingrandimento voluti da Bernardo Cles negli anni 1537-39, risale al principe vescovo Alberto di Ortenburg (1363-1390). Tuttavia, la presenza del vescovo Alberto a Cavalese nel 1378 è documentata unicamente da due atti redatti in abitazioni private (ASTn, APV, sez. Iat., capsa XXII, 11° I, f. 71 v e AMCF, cassetto B, Sc. 21, 1. Cavalese, 16 agosto 1378), circostanza che lascia supporre che l’attuale palazzo non fosse ancora residenza ufficiale, salvo non attribuire agli affreschi un valore di prova storica.
Dopo il 1314, anno in cui Enrico, conte del Tirolo e ultimo figlio di Mainardo II, restituì al principe vescovo Enrico di Metz la giurisdizione di Fiemme, è probabile che a Cavalese fosse istituita in modo stabile una sede del tribunale e del vicario, figura da allora stabilmente presente in valle. In precedenza, infatti, la gestione della giustizia e delle questioni fiscali era affidata al gastaldione, che vi si recava soltanto due volte l’anno, rendendo superflua l’esistenza di una sede permanente.
L’acquisizione dell’attuale palazzo da parte della camera vescovile, con la conseguente destinazione a sede del tribunale, potrebbe risalire alla donazione di una abitazione, sequestrata in seguito ad un omicidio ad un certo Bartolomeo figlio del fu Galvano Sommariva, effettuata nel 1398 dal principe vescovo Giorgio Lichtenstein (1390-1419) al proprio vicario in Fiemme Bartolomeo Cambi, a patto [..] che, ogni volta che capiterà a noi o ai nostri successori o ai nostri familiari di giungere in tale villa di Cavalese, possiamo dimorare in quella casa e soffermarci liberamente in essa tanto quanto parrà a noi ed ai nostri familiari (ASTn, APV, sez. lat., capsa XXI, n° 7, f. 5v).
Nonostante i pochi documenti anteriori all’epoca clesiana, le ricerche archivistiche hanno permesso di affermare che già nel XV secolo l’edificio ospitasse il giudice o vicario — e poi il capitano — per le funzioni di rappresentanza giuridica e fiscale, sebbene le udienze pubbliche si tenessero all’aperto, nella piazza antistante il cosiddetto banco della reson. Nei sette documenti quattrocenteschi finora rintracciati, l’edificio è chiamato sei volte domus magna (1445, 1462, 1470, 1471 AMCF, cassetto A, Sc. 20, 12. Cavalese, 10 gennaio 1471: il vicario vescovile in Fiemme, Antonio di Castelbarco e Lizzana, autorizza l'esecuzione di una copia autentica della conferma dei privilegi della Comunità di Fiemme da parte del principe vescovo Giorgio Hack, rilasciata da Bolzano il 15 novembre 1447; la copia è redatta "in domo magna habitationis infrascripti domini vicarii in villa Cavalesii", 1490, AMCF, cassetto E, Sc. 30, 4. Trento, 10 agosto 1490: il principe vescovo Udalrico Frundsberg acquista
dal suo vicario in Fiemme, Domenico Zen dell'Engadina, un'area con ruderi e con un
"brolo ... prope ac contigua domus nostre magne ibidem Cavalesii", 1492) lì dove l’aggettivo magna sembra riferirsi soprattutto al ruolo di rappresentanza più che alle dimensioni e una volta domus episcopatus (ASTn, APV, sez. lat., capsa XII, n° 45. Cavalese, 3 dicembre 1469).
Nel 1490 il principe vescovo Udalrico Frundsberg acquistò dal suo vicario in Fiemme, Domenico Zen dell’Engadina, i ruderi e il terreno situati a sud e a ovest della sua domus magna, confinanti con essa (AMCF, cassetto E, Sc. 30, 4). In cambio concesse allo Zen e ai suoi eredi l’esenzione perpetua dalle romanie dovute per altri beni. Dal documento emerge che il principe possedeva solo la parte orientale dell’edificio, mentre la zona occidentale e il giardino a sud appartenevano al vicario.
Se il complesso citato fosse lo stesso donato da Giorgio Lichtenstein nel 1398, si può ipotizzare che la parte orientale, di proprietà vescovile, sia stata conservata perché abitata, mentre quella occidentale, spettante al vicario e ai suoi eredi, fu abbandonata e ridotta in rovina per gli alti costi di manutenzione.
Con l’acquisto del 1490, Frundsberg entrò in pieno possesso dell’area occidentale, potendo così avviare il primo restauro e ampliamento della sua domus.
Nel 1492 Uldarico di Frundsberg morì proprio a Cavalese ma il restauro da lui commissionato fu portato a termine e descritto nell'inventario scritto nel 1507 dal vicario Domenico Zen al capitano vescovile in Fiemme, Giorgio d'Arsio (ASTn, APV, sez. ted., capsa XI, lettera p).
Dopo il periodo di splendore rinascimentale, il palazzo conobbe una fase di lento e inesorabile declino. La secolarizzazione del Principato e le riforme introdotte dal governo bavarese segnarono una svolta decisiva: nel 1807, con l’istituzione di un nuovo ordinamento giudiziario, anche in valle venne istituito un tribunale distrettuale. È probabilmente a questa fase che risale l’adattamento dell’ala meridionale dell’edificio, dove furono ricavate le prime celle carcerarie.
Questi ambienti continuarono a essere utilizzati anche durante il Regno d’Italia, quando Cavalese fu inserita nella Viceprefettura di Bolzano. Ma con il ritorno del Tirolo sotto la dominazione asburgica, nel 1813, la storia del palazzo cambiò nuovamente direzione: concesso in affitto al governo imperiale, l’antico edificio venne stabilmente trasformato in Carcere Giudiziario, assumendo così una funzione che ne avrebbe profondamente segnato la memoria collettiva.
Un importante documento, anteriore al famoso restauro del 1531 e motivo stesso dell’intervento, testimonia l’ispezione del commissario vescovile Andrea Regio, inviato da Bernardo Clesio, che verificò le condizioni del palazzo vescovile (BCTn, MS 284, ff. 70r-86v, documento proveniente da ASTn, APV, sez. lat., capsa XII, n° 44). Va ricordato che nel 1528 mancavano ancora l’ampliamento sud-orientale e, con ogni probabilità, i lavori di sopraelevazione realizzati dal Clesio tra il 1537 e il 1539.
In conseguenza di questa visita e del verbale redatto si progettò un parziale restauro, per un importo di oltre 70 fiorini. Quindi seguirono i grandi lavori del 1537-40, attestati sia dalle sette lettere conservate nella Biblioteca del Tiroler Landesmuseum Ferdinandeum di Innsbruck (una sintesi in italiano è presente in AMCF, Categoria XVI, 44.20), sia dalla relazione economica del capitano vescovile di Fiemme Simon Botsch sui lavori eseguiti per il palazzo dal 10 luglio 1537 al 16 marzo 1539, col conteggio fino al 16 aprile 1539.
Bernardo Cles non giunse mai in Fiemme perché il 28 luglio 1539 a Bressanone fu colpito da apoplessia e ne morì il 30. Nell'agosto 1553 invece, vi arrivò il suo
successore, cardinale Cristoforo Madruzzo.
Durante il governo dei Madruzzo anche il palazzo di Cavalese, come altre residenze periferiche, rimase affidato a vicari e capitani vescovili e attraversò un periodo di scarsa manutenzione. Nei secoli XVII e XVIII mancano fonti archivistiche significative riguardo al suo utilizzo; è probabile, tuttavia, che fosse destinato a ospitare riunioni di rilievo, senza però rivestire più il ruolo di vera residenza episcopale. A conferma di ciò, nel 1738, in occasione della visita pastorale, il principe vescovo Domenico Antonio Thun preferì soggiornare nel nobile palazzo Baldironi piuttosto che nel palazzo vescovile, forse ormai in stato di decadenza.
Il 26 luglio 1838 l’Imperial Regio Giudizio Distrettuale di Cavalese incaricò Giovanni Battista Tommasi, Pietro Rizzoli e Batta Settili di redigere due perizie. L’obiettivo era duplice: da un lato accertare con precisione i beni appartenenti alla comunità, dall’altro valutare la possibilità di destinare alcuni ambienti dell’antica residenza vescovile all’insediamento di uffici pubblici (AMCF, Categoria XVI, Sc. 226 - 42.17).
In particolare, la perizia realizzata il 22 novembre 1838 dal geometra di Carano Giovanni Battista Tommasi è particolarmente interessante: composta da una relazione di dodici pagine e da cinque disegni, rappresenta una tra le fonti di maggior rilievo per la conoscenza della storia architettonica dell'antico monumento.
Nel febbraio del 1850 la Comunità Generale di Fiemme comprerà il Palazzo per la cifra di 3.200 fiorini, comunicando all'Imperial Regio Giudizio Distrettuale l'intenzione di collocarvi la Cancelleria, l'Archivio della Comunità e il magazzino del grano. Inoltre, il palazzo avrebbe ospitato anche il Capitanato Distrettuale, l'Ufficio Steorale, l'abitazione del servo giudiziale e il Giudizio Distrettuale.
Solo trent'anni più tardi, nel settembre del 1879, il falegname Giorgio Vanzo di Carano e Simone Longo di Predazzo, saranno incaricati di intervenire sul primo piano affinchè potesse essere adattato ad uso cancelleria (AMCF, Categoria XVI, 42.17).
Tra l’aprile e il dicembre del 1901 la Comunità Generale promosse una serie di interventi nei locali sud-orientali e occidentali del primo piano, allora adibiti a magazzini per il grano. In quell’occasione riemersero antichi affreschi, che si cercò di preservare.
Da questo momento l’attenzione della Comunità verso l’immenso patrimonio artistico e storico del palazzo cominciò a rafforzarsi. Già nel 1901 venne interpellato l’ingegnere trentino Emilio Paor, che si recò più volte a Cavalese ed elaborò un preventivo di spesa pari a 36.500 corone. L’interesse crescente spinse poi la Comunità a richiedere un sostegno economico all'I.R. Ministero per il Culto ed Istruzione. La risposta giunse il 23 febbraio 1910, quando il luogotenente Markus von Spiegelfeld comunicò ufficialmente che sarebbero stati concessi i fondi necessari per la sistemazione dell’antica residenza vescovile, a patto però che fosse inviata un relazione dettagliata delle spese da affrontare.
Sebbene le autorità austriache avessero promesso un contributo, i lavori di restauro furono avviati a spese della Comunità, che dovette sostenere un costo di 22.600 corone, oltre alle spese per il legname. Nonostante tale impegno economico, fu necessario sollecitare più volte l’erogazione dei fondi promessi. Solo nel 1914 l’I.R. Capitanato Distrettuale annunciò l’assegnazione di ulteriori 10.000 corone, destinate agli interventi finali di sistemazione, che però non vennero mai eseguiti a causa dello scoppio della Prima guerra mondiale.
Come accadde a molti altri edifici pubblici, anche il palazzo della Magnifica Comunità di Fiemme fu requisito dalle truppe imperiali durante il conflitto e subì ingenti danni. Una perizia redatta nel 1921 dai tecnici Marco Degiampietro e Aquilino Boschetto ne stimò l’ammontare in circa 11.000 lire (AMCF, Categoria XVI, 44.35).
Gli anni Trenta del Novecento segnarono una nuova stagione di interventi sul palazzo. Nel 1935 il Commissario Straordinario della Comunità Generale di Fiemme, Emilio Pini, deliberò lo stanziamento di una somma rilevante, pari a 65.000 lire, destinata a opere di recupero e manutenzione. In quel periodo l’attenzione si concentrò in particolare sulla salvaguardia degli affreschi e delle decorazioni pittoriche, oltre che sull’adeguamento degli spazi interni e sull’installazione degli impianti elettrici e idraulici.
Nel 1942, pochi anni dopo la fine dei lavori di restauro che avevano restituito splendore al palazzo, un incendio divampò nel sottotetto, causando danni alla copertura, al solaio e agli ambienti sottostanti.
Nell’estate dello stesso anno, l’ingegnere Cirillo Zadra redasse una relazione tecnica, stimando in 52.000 lire i costi necessari al ripristino della struttura. In una seconda relazione da cui escluse alcuni lavori, l'ammontare dei costi di restauro fu fissato a 43.000 lire.
Di particolare rilievo è anche la rimozione, avvenuta nell’estate del 1943, dei fasci littori dalla facciata del palazzo: un intervento costato 510 lire e affidato ai pittori-decoratori Luigi Battisti & Co. di Trento, che rappresenta un chiaro segnale delle trasformazioni politiche in atto nel Paese in quegli anni.
Giordani I., Note d'archivio sul palazzo vescovile di Cavalese ora sede della Magnifica Comunità di Fiemme, in «Studi trentini di scienze storiche. Sezione prima», 85/2 (2006), pp. 165-199.
Dagostin F., Dossi T. (a cura di), Domus Magna. Il palazzo della Magnifica Comunità di Fiemme dal Medioevo ad oggi.