Fiemme e i processi per stregoneria

Mariano Vasselai, Verso il monte Cornon [ Palazzo della Magnifica Comunità di Fiemme]
Mariano Vasselai, Verso il monte Cornon [ Palazzo della Magnifica Comunità di Fiemme]

La credenza nelle streghe era profondamente radicata nelle vallate dolomitiche, così come in molte altre regioni dell’Impero e affondava le proprie origini in tempi remoti. In queste aree montane, caratterizzate da un forte legame con le tradizioni popolari, elementi di religiosità arcaica e superstizione si mescolavano, alimentando l'immaginario collettivo di presenze maligne, rituali segreti e poteri soprannaturali attribuiti a figure femminili marginali.

Con l’inizio dell’età moderna, la semplice credenza si trasformò progressivamente in ossessione e paura sistematica. A partire dal tardo Quattrocento e in modo ancora più marcato nel Cinquecento, si svilupparono meccanismi repressivi istituzionalizzati, volti a identificare, processare e condannare presunte streghe, spesso sulla base di accuse infondate, confessioni estorte sotto tortura e delazioni.

Il fenomeno raggiunse il suo apice nel corso del Seicento, quando le persecuzioni divennero più sistematiche e feroci, coinvolgendo ampie fasce della popolazione, in particolare donne appartenenti alle classi più povere o socialmente vulnerabili. Le valli alpine, con le loro comunità chiuse e il forte radicamento di pratiche magico-religiose tradizionali, furono un terreno particolarmente fertile per lo scatenarsi di queste violente campagne di epurazione.

In valle di Fiemme il fenomeno è documentato dagli atti dei processi per stregoneria, avvenuti nel 1501 e nel 1504-1506, conservati nel manoscritto 617 della Biblioteca Comunale di Trento. L’antefatto risale alla tragica alluvione del torrente Avisio, che si abbatté nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1500. I danni furono gravissimi e diverse persone persero la vita, travolte dalle acque. In quel periodo si trovava a Cavalese un certo Giovanni Dalle Piatte, originario di Anterivo. L’uomo, noto come curatore, si vantava di essere in grado di prevedere il futuro. La voce che Dalle Piatte avesse predetto l’inondazione — e che ne stesse annunciando un’altra — giunse a Vigilio Firmian, capitano vescovile in carica dal 1473 al 1506. Firmian ordinò l’arresto del presunto indovino, il cui primo interrogatorio ebbe luogo l’8 febbraio 1501. Durante l’udienza, l’uomo si dichiarò innocente rispetto a tutte le accuse mosse contro di lui, sostenendo che gli oggetti rinvenuti nella sua sacca non avevano alcun legame con la stregoneria.

Giovanni fu condotto nell’apposito locale e sottoposto alla tortura della corda. Tuttavia, con questo atto, il procedimento a suo carico giunse alla conclusione. Con decisione unanime, il vicario, lo scario e i giurati stabilirono di bruciare i suoi libri, il cristallo e le radici, e di bandirlo dalla valle di Fiemme. Gli fu proibito di farvi ritorno senza esplicita autorizzazione delle autorità superiori, così come di esercitare nuovamente le sue arti. A garanzia del rispetto di tali disposizioni, Giovanni fu obbligato a giurare sui sacri Vangeli, ponendo fisicamente la mano sulle Sacre Scritture.

Nel 1504 Giovanni Dalle Piatte venne avvistato a Tesero e, su ordine del vicario Domenico Zen, fu nuovamente incarcerato e i suoi beni confiscati. Sottoposto a tortura, l’uomo venne interrogato e confessò la pratica di arti magiche e diaboliche, nelle quali erano coinvolte anche alcune donne. Le accusate vennero arrestate a loro volta, sottoposte a tortura e interrogate. Ebbero così inizio una serie di accuse a catena che portarono all’ordine di cattura per 28 persone: 6 riuscirono a fuggire e 22 furono condannate al rogo, 3 di queste morirono in carcere. Le esecuzioni avvennero tra il 1505 e il 1506 sul dos Rizol a Cavalese, d’allora ricordato come dos Delle Strie, per mano del boia Gilio di Merano.

ASTn, APV, sez. ted., capsa XI, lettera “l”. Elenco delle persone processate per stregoneria dal tribunale di Cavalese tra il 1504-1506.
ASTn, APV, sez. ted., capsa XI, lettera “l”. Elenco delle persone processate per stregoneria dal tribunale di Cavalese tra il 1504-1506.

Dal confronto tra i vari verbali emerge chiaramente uno schema ricorrente nell’interrogatorio condotto dal vicario vescovile Domenico Zen. È plausibile ritenere che il giudice seguisse un modello prestabilito, tratto da un manuale in uso all’epoca tra i giudici inquisitori: il Malleus Maleficarum ("Il Martello delle Streghe"). Quest’opera, redatta dai domenicani tedeschi Heinrich Krämer e Jakob Sprenger, fu pubblicata a Strasburgo tra il 1486 e il 1487 e divenne ben presto il testo di riferimento per i procedimenti contro la stregoneria.

L’interrogatorio seguiva le sedute di tortura e veniva condotto solo dopo che l’imputato si era dichiarato colpevole ed era disposto a confessare. Le domande, piuttosto standardizzate, riflettevano uno schema inquisitorio preciso (es. Da quanto tempo fai parte della società delle streghe? Hai consumato carne umana? Quando, dove e con chi? Chi era con te al zogo?). Particolarmente rilevante era la domanda sui compagni, poiché permetteva di estendere le accuse ad altri sospettati. Alcuni indicarono solo i compagni già incarcerati; altri rivelarono nomi di numerosi futuri inquisiti. Dietro ciascuna domanda si celavano accuse spesso basate su delazioni o testimonianze non pervenute nei documenti.

Dagostin F., Daprà R., Caccia alle streghe. I processi in Val di Fiemme, Tesero, 2015.


Di Gesaro P., “Le streghe dolomitiche”, Bolzano, 2003.


Giordani I., “Processi per stregoneria in valle di Fiemme. 1501, 1504-1506”, Trento, 2005.