Il turismo termale in val di Fiemme e il rio Cavelonte

AMCF, Stabilimento bagni di Cavelonte_Foto del sig. Umberto Sala
AMCF, Stabilimento bagni di Cavelonte_Foto del sig. Umberto Sala

L’utilizzo delle acque a scopo curativo, in Italia e più in generale nell’intero bacino del Mediterraneo, affonda le sue radici nell’età antica. Fin dal V a.C. secolo tra il popolo greco erano noti gli effetti curativi delle acque per dolori muscolari e articolari e patologie della pelle. Dalla Grecia, l’idroterapia si diffuse nell’Impero Romano, dove si svilupparono numerosi centri termali accessibili a tutti i cittadini. Inizialmente usata per il benessere generale, fu poi impiegata a scopo curativo sotto controllo medico. Con le invasioni barbariche e l’avvento del cristianesimo, l’uso delle terme subì un forte declino.

Dopo i due conflitti mondiali, la dimostrazione dell’efficacia terapeutica delle cure termali e l’afflusso sempre maggiore ai centri di una ricca fetta della popolazione, ha determinato il loro inserimento nel sistema sanitario nazionale, garantendone l’accesso a tutti i cittadini.

Tra il XVIII e il XIX secolo anche nel territorio trentino si assiste alla produzione e alla pubblicazione di scritti orientati alla descrizione del territorio e pubblicazioni riguardanti il rapporto tra uomo e natura e ai benefici che l’uomo può trarre dall’uso terapeutico di alcune componenti naturali, come l’acqua. È in questo contesto che si colloca l’interesse per lo sfruttamento, a scopo curativo, delle acque e le prime costruzioni di stabilimenti termali. Il territorio della val di Fiemme, infatti, è ricco di acque sorgive, note agli abitanti del luogo e sfruttate fin dal Settecento. Diverse sono le sorgenti di cui le carte d’archivio parlano: le acque “azidole” (acidule) di Cavelonte, le fonti “Alle Paole” e “Val dell’Osta” di Carano e la sorgente di “Pontara”, presso il comune di Tesero.

AMCF, Stabilimento bagni di Cavelonte- Panchià, probabile anni Venti
AMCF, Stabilimento bagni di Cavelonte- Panchià, probabile anni Venti

Le acque “azidole” di Cavelonte

Il 29 agosto 1754, in località “alli Canopi”, un certo notaio Giovanni Battista di Pietro, massaro della chiesa di Sant’Eliseo a Tesero, “scoprì” le acque di Cavelonte. In realtà, lo Stol di Cavelonte (dal tedesco Stollen, ovvero “galleria”) è di epoca ben più antica: risale infatti a prima del 1600, e fu probabilmente realizzato per attività estrattive, come si evince dalla descrizione della cavità da cui sgorga l’acqua, ritenuta “anteriore all’uso delle mine”.

In origine, la sorgente apparteneva alla Comunità, che la concedeva in affitto. Dal 1731 al 1758 fu gestita in appalto da un certo Alberti, Luogotenente Imperiale. A partire dagli ultimi decenni del XVIII secolo, nei registri contabili della Comunità iniziano ad apparire annotazioni relative a spese sostenute per lo sgombero e la pulizia della galleria di Cavelonte.

Già a metà del Settecento, le acque di Cavelonte erano prescritte a fini curativi dal medico comunitario Marco Trentinaglia e, in seguito, dal suo successore Eustachio Sartorelli. Quest’ultimo si faceva recapitare il sale che si depositava sulle pareti della galleria percorsa dall’acqua, per poi scioglierlo e preparare una bevanda somministrata come rimedio terapeutico.

Le prime analisi chimiche delle acque di Cavelonte risalgono ai primi decenni dell’Ottocento. Il primo a occuparsene fu Battista Braito nel 1815, seguito nel 1818 dal chimico e farmacista trentino Demetrio Leonardi. Tuttavia, la prima relazione scritta che ci è pervenuta è proprio quella di Leonardi, redatta nel 1832, il quale ripeté le analisi anche nel 1857.

Leonardi racconta di essere venuto a conoscenza delle acque di Cavelonte già nel 1818, quando fu incaricato dal "signor Giuseppe Lutteri di Roveredo" di esaminare un campione d’acqua inviato dal "signor Baldironi Giuseppe", residente in Val di Fiemme. Solo nell’agosto del 1830, però, si recò di persona in valle per studiare direttamente la sorgente.

Le sue conclusioni classificano l’acqua come appartenente al gruppo delle acque ferruginose, simili a quelle di Levico e Vetriolo. Leonardi ne raccomanda l’utilizzo sia ai medici sia agli abitanti della valle, riconoscendone le potenzialità terapeutiche.

Rovine dello stabilimento termale di Cavelonte, 2024
Rovine dello stabilimento termale di Cavelonte, 2024

Nel 1800, Simone Delugan di Panchià fece costruire un primo edificio per accogliere i visitatori che si recavano alla fonte di Cavelonte per curarsi con le sue acque. Tuttavia, la struttura si rivelò presto insufficiente rispetto al numero crescente di ospiti che giungevano in valle.

Fu così che il signor Valentino Varesco presentò alla Comunità la richiesta di edificare nuovi bagni. L’autorizzazione fu concessa soltanto nel 1852.

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta dell’Ottocento, l’affluenza raggiunse livelli particolarmente alti, rendendo Cavelonte una meta frequentata non solo per motivi di salute, ma anche per villeggiatura.

Una descrizione dello stabilimento e dei suoi frequentatori in questo periodo è riportata da Silvio Zaniboni nel suo testo Idrologia minerale del Trentino


[..] Lo Stabilimento che si apre col primo Luglio e che si chiude alla vigilia della Madonna di Settembre dominandovi in questo tempo la temperatura di 10° a 12° R. sta a 1350 metri di elevatezza dal livello del mare (mentre la fonte trovasi a 1500 metri) si compone di tre Sale per mangiare, di una Sala ad uso caffè, di 70 stanze da letto, di 16 stanzini da bagno, 24 vasche delle quali 21 di legno e 3 di pietra, di 2 stanze per bagno a vapore ed una per bagno a doccia. [..] Le stanze, compreso il lume, vengono date al prezzo giornaliero di soldi 20-26-30. Un bagno preso in vasca di legno costa soldi 28, in vasca di pietra soldi 36, mentre poi un bagno a vapore vale soldi 36 e quello a doccia soldi 20. Il maggior contingente dei curanti vien dato dal sesso femminile il quale vi accorre nella proporzione di due terzi sopra un terzo di maschi, provenienti in massima parte dal Bolzanino, dalle finitime valli e da qualche città del Trentino


Il testo fornisce anche informazioni sulle modalità attraverso le quali si poteva giungere alla fonte: 


[..] Ad Egna che è una delle stazioni ferroviarie della linea di Trento-Bolzano vi sono vetture postali due volte al giorno che partendo alle 5 antim. ed alle 12 merid. arrivano a Cavalese, la prima alle 12 antim. e la seconda alle 5 ½ pom.


Il signor Varesco, inoltre, pagava personalmente una vettura che trasportasse gli ospiti fino alla struttura.

Nel 1874, Valentino Varesco avanzò alla Comunità la richiesta di poter imbottigliare l’acqua di Cavelonte e spedirla nelle città del Tirolo e all’estero. La stessa proposta fu ripetuta nel 1879 dal figlio, Giovan Battista. Tuttavia, nel 1880 la Magnifica Comunità concesse il diritto esclusivo sulla fonte a Riccardo Thaler, farmacista di Rovereto, autorizzandolo alla distribuzione dell’acqua a domicilio.

L’accordo prevedeva che l’acqua venisse confezionata in bottiglie da due libbre, sigillate con capsule di stagno e munite di apposite etichette, quindi spedite in casse da cinquanta bottiglie. Per dimostrarne l’efficacia terapeutica, e sulla base dei “brillanti risultati ottenuti da illustri medici con l’uso di quest’acqua ferruginosa”, Thaler fece eseguire a proprie spese una nuova analisi chimica a cura di Francesco Selmi, professore all’Università di Bologna.

Alla fine del XIX secolo, il numero dei frequentatori dello stabilimento era così elevato che la struttura originaria, realizzata da Valentino Varesco, non riusciva più a soddisfare la domanda. Nel 1888, Valentino Delugan chiese quindi alla Comunità il permesso di costruire un nuovo edificio, “in aderenza al proprio vecchio albergo in Cavelonte”, e di utilizzare, dietro pagamento di un canone annuo, l’acqua della sorgente sia per bagni sia per uso potabile.

Nel corso del XX secolo si hanno maggiori dettagli sullo sfruttamento della sorgente di Cavelonte. Nel 1919 il medico Saverio Adami ne chiese la concessione in locazione per cinque anni, con l’intento dichiarato di valorizzare la fonte a beneficio della valle e, in particolare, dei più bisognosi. La Comunità gli accordò l’uso della sorgente per un canone simbolico di una lira all’anno, a condizione che costruisse un nuovo stabilimento termale – progetto che, tuttavia, non venne mai realizzato.

Nel 1920, Adami tentò di prolungare la concessione per altri dieci anni, con l’obiettivo di subaffittare la fonte a due donne di Laives, interessate a rilevare il vecchio stabilimento di Varesco, ormai distrutto durante la Prima guerra mondiale. La Comunità, però, rifiutò la proposta, rescindendo il contratto con Adami per negoziare direttamente con le potenziali acquirenti.

Pochi mesi dopo, nel luglio del 1920, la concessione fu ufficialmente affidata a Elisa Frank, alla quale fu riconosciuto l’usufrutto della sorgente per un periodo di vent’anni. Il canone annuo fu fissato in 100 lire per i primi quattro anni, con possibilità di revisione ogni triennio. La Comunità impose inoltre che l’acqua minerale restasse gratuita per tutti gli abitanti dei comuni della valle, i quali avrebbero anche goduto del diritto a usufruire dei bagni termali a metà prezzo.

A partire dalla metà del secolo, tuttavia, l’afflusso di visitatori diminuì sensibilmente. La gestione dello stabilimento divenne sempre più onerosa, tanto che la signora Frank fu spesso costretta a versare il canone in ritardo. Più volte chiese alla Comunità una riduzione dell’affitto, che le venne infine accordata nel 1937. Nonostante ciò, la situazione finanziaria dello stabilimento non migliorò e, nel gennaio 1940, Elisa Frank dovette rinunciare completamente alla concessione.


La progressiva diminuzione dell’interesse e della clientela, con il conseguente calo degli introiti, può essere considerata la causa principale della chiusura definitiva e dell’abbandono dello stabilimento termale di Cavelonte.

Caforio E., La digitalizzazione del patrimonio archivistico della Magnifica Comunità di Fiemme. Strategie per la valorizzazione. Elaborato finale scuola APD-Bolzano, 2024.


Cinti M.G., Turismo termale in Italia: evoluzione, impatti e prospettive di rilancio in “DOCUMENTI GEOGRAFICI”, 1/1 (2021), pp. 65-88.


Fedrizzi O., I bagni di Cavelonte in Panchià ricerche, documenti e curiosità dalle epoche preistoriche ai tempi moderni, Circolo culturale ricreativo Panchià, Panchià, 1996. 


Leonardi D., Analisi dell'acqua ferruginosa di Cavelonte e di quella salina di Pontara nella valle di Fiemme del circolo di Trento eseguite da Demetrio Leonardi per commissione della comunità generale della valle suddetta nell’anno 1831, Padova, Tipografia del seminario, 1832.


Zaniboni S., Idrologia minerale del Trentino, in “Annuario della Società degli alpinisti tridentini. 1878-79”, Borgo, Tipografia di Giovanni Marchetto, 1878.