La chiesa di Santa Maria. La pieve di Fiemme

A partire dal Trecento, la Pieve di Fiemme raccoglieva sotto la propria giurisdizione religiosa tutti i villaggi della valle, da ovest verso est: dalle Regole di Valfloriana e Capriana, ai masi di Stramentizzo, Rover e San Lugano, fino ad Anterivo e alle comunità di Trodena, Castello, Carano, Daiano, Varena con Cavalese, Tesero (da cui in seguito nacquero Panchià e Ziano), Predazzo e Moena con Someda, oltre al piccolo nucleo di Forno. Col tempo si aggiunsero anche insediamenti più recenti come Molina, Carbonare, i masi sparsi di Cavalese, Lago di Tesero, Bellamonte, Medil, Sorte e altri ancora.

Questa vasta organizzazione ecclesiastica, più ampia della stessa Magnifica Comunità di Fiemme, costituì per secoli un forte elemento di coesione spirituale e sociale della valle. Solo tra fine Ottocento e inizio Novecento, con la nascita di numerose parrocchie autonome — quasi una per ogni paese o frazione — si ridusse l’unità che la Pieve aveva garantito a lungo.


La Pieve di Fiemme era guidata da un pievano nominato dal vescovo, ma per secoli la gestione pratica fu affidata a vicepievani o sostituti. Il titolare, come accadeva spesso altrove, si limitava a riscuotere le rendite. Solo dopo il Concilio di Trento (dal 1565) iniziarono a risiedere stabilmente pievani in valle.

La funzione pastorale era affidata a un pievano o a un vicepievano, affiancato da diversi sacerdoti, una necessità resa evidente dall’ampiezza del territorio. Proprio per questa ragione, già nel Trecento si avviò l’istituzione di alcune curazie nei villaggi più lontani.

Le informazioni sull'edificio della chiesa di Santa Maria, pieve di Fiemme, fino

al Cinquecento sono molto scarse ma si può affermare con ragionevole sicurezza che la chiesa esisteva da prima dei cosiddetti Patti gebardini del 1111.

Le origini della prima chiesa di Fiemme non sono documentate con precisione. Di solito viene ricordata una leggenda, riportata intorno al 1688 da Alessandro Bozzetta (1646-1725), notaio e giudice a Castello, che narrava in modo fantasioso le circostanze della sua fondazione:

Dovendosi fabricar una chiesa baptismale che fosse capace de tutto il popolo di Fiemme, è fama che fosse dessegnato il luogo sopra Cavales, ove si dice in Tassa in Pradaia, alto e piana. Ma li materiali, che ivi si conducevano, si trovavano il giorno seguente su 'l prato ove è adesso fabricata, il quale era d'una vedoa che ne donò tanto, a questo effetto, quanto che un huomo in un giorno havesse puotuto segare. Onde, per voluntà de Dio, questo segò tutto quel bel piano ove poi adesso è.

La data di consacrazione della chiesa è stata a lungo discussa. La prima indicazione si deve a padre Benedetto Bonelli, che nel 1762 dichiarò di aver trovato la notizia in una pergamena del vescovo suffraganeo Biagio (1362-1366). Secondo lui, la consacrazione avvenne il 17 maggio 1134 per mano del vescovo trentino Altemanno. In seguito però lo stesso Bonelli corresse l’informazione: poiché quel giorno cadeva di giovedì e non di domenica, propose invece gli anni 1136 o 1142, quando Altemanno era ancora in carica e la data coincideva con una domenica. In realtà, lo storico non aveva visionato l’originale della pergamena, ma una trascrizione imprecisa, come egli stesso ammette.

Un documento del 1526 fornisce indicazioni più precise sulla consacrazione della chiesa: originariamente “le consacrazioni e le dedicazioni” della chiesa di Santa

Maria, pieve di Fiemme, avvenivano il 13 maggio, poi spostate al 10 settembre in occasione della grande fiera. Nel 1134, il 13 maggio cadeva effettivamente di domenica, sebbene fosse la seconda e non la terza del mese, suggerendo così diversi errori da parte del copista. 

Ulteriori chiarimenti arrivano da un documento del 1605, relativo a un contenzioso tra la Comunità di Fiemme e la Regola di Moena. Quest’ultima rifiutava di partecipare alle solenni celebrazioni del 10 settembre, data a cui, come visto, era stata spostata nel 1526 la festa della dedicazione della chiesa della Pieve di Fiemme (AP Cavalese, Pergamene, 13).

Fin dal Duecento la Pieve di Fiemme riscuoteva le decime, come era consuetudine. Già nel 1365, durante un processo documentato, si afferma che il rettore riceveva decime, rendite e offerte, tali da garantire il sostentamento di quattro sacerdoti.


Inoltre, già verso la metà del Duecento la chiesa di Fiemme aveva un campanile, probabilmente piccolo e in gran parte di legno, con almeno una campana. L’edificio aveva pianta rettangolare senza abside, simile a quella attuale, e disponeva di un porticato, che però non coincideva con quello odierno, costruito nel primo Seicento e modificato nel Settecento.


Sulla chiave di volta centrale della navata principale compaiono tre stemmi, sormontati da una mitra vescovile. Guardando l’altare, a destra si trova lo stemma del principe vescovo Giorgio Hack (1446-1465), a sinistra quello con l’aquila del Principato, mentre al centro, leggermente più grande, è scolpito lo stemma della famiglia nobile dei Firmian. Tuttavia, l’accostamento con lo stemma di Hack crea un problema cronologico: l’attività di quest’ultimo non coincide infatti con la presenza in valle di Vigilio Firmian (1473-1506). L’ipotesi più plausibile è quindi che lo stemma si riferisca al padre di Vigilio, Francesco Firmian, morto prima del 1463.


A metà Quattrocento la chiesa subì importanti trasformazioni, anche se non rimangono documenti scritti a riguardo. Alla semplice aula rettangolare senza abside, attestata dagli scavi, venne aggiunto un presbiterio pentagonale, che si estendeva oltre metà dell’attuale. Quando, agli inizi dell’Ottocento, fu demolito, si conservò parte del muro settentrionale, sul quale rimane ancora il grande affresco di San Cristoforo, alto 11 metri, attribuito a pittori vicini a maestro Leonardo di Bressanone e databile alla fine del Quattrocento. In quell’epoca si sostituì anche l’originario pavimento in legno con uno in malta e calce. All’interno si realizzarono affreschi coevi, poi nascosti dagli altari barocchi settecenteschi collocati nelle navate laterali e rimossi solo nel 1950.

Sebbene dal Cinquecento le notizie sull’edificio della pieve di Fiemme diventino più numerose, le informazioni sui lavori di completamento dell’attuale costruzione restano scarse. Nel 1509 la chiesa pievana disponeva, oltre che delle entrate ordinarie da affitti e legati, anche di contributi specifici: quattro lire dal Maso di San Lugano della Comunità di Fiemme, una libbra d’incenso e una candela del valore di sei grossi dal Priorato di San Pellegrino e due lire dal Maso Cucal di Anterivo.


Durante la visita pastorale inviata dal cardinale Bernardo Clesio il 3 febbraio 1538, la Pieve di Cavalese era retta dal vicepievano Gilimberto di Parma (in carica dal 1524 al 1560), mentre il titolare Giovanni Riepper, canonico di Trento e Bressanone, e i suoi successori si limitavano a riscuotere la rendita annua di 100 fiorini, segno della ricchezza e dell’importanza della Pieve. I visitatori la descrissero come riccamente ornata di altari e pitture. Nella chiesa era attivo anche un coro che accompagnava il canto gregoriano durante le funzioni solenni.


Nel 1590 la Comunità di Fiemme, come già nel 1364 contro il pievano Egidio, intentò un procedimento contro il pievano Tommaso Bratia (1586-1607) per il rifiuto di mantenere due cappellani. Tra le accuse, significativa è quella relativa alla pietà popolare: in chiesa erano presenti lunghe aste con lumi accesi per devozione privata, utilizzate anche nelle processioni, che il pievano spezzò personalmente temendo potessero essere usate per colpirlo sull’altare.

Dopo lunghe trattative, tra il 1591 e il 1592 si giunse alla stipula di una convenzione tra il pievano e la Comunità di Fiemme per la gestione spirituale e amministrativa della Pieve. L’accordo, articolato in 38 punti, includeva anche l’elenco delle proprietà soggette a tassazione e decima a favore sia del pievano sia della canonica.

Nel Seicento il Principato vescovile di Trento fu guidato prima dai Madruzzo e poi da altri presuli, in un contesto segnato da guerre, peste e da un’intensa attività di riforma religiosa, testimoniata in Fiemme dalla fondazione del convento francescano di Cavalese. La valle continuò a scontrarsi con Trento per imposte e diritti di caccia. Nel secolo si svolsero cinque visite pastorali (1612, 1632, 1652, 1670, 1698) e furono erette nuove curazie, tra cui Castello (1639) e Anterivo, mentre Ziano rimase ancora priva di propria curazia.


Anche nel Seicento la Comunità continuò a occuparsi della pieve di Cavalese. Le consuetudini del 1613 stabilivano procedure precise per la nomina e il rendiconto annuale dell’amministratore e del sagrestano, confermate dallo statuto della Regola di Cavalese del 1624. Nella piccola sacrestia della pieve era inoltre custodito l’archivio comunitario, come avveniva anche altrove.

A fine Seicento si registra una particolarità: ogni 29 settembre, a San Michele, il sagrestano consegnava le chiavi della chiesa allo scario in una cerimonia presieduta dall’arciprete. Nel 1693 tale rito fu ingiustamente vietato dall’arciprete Francesco Sigismondo conte d’Arsio, ma i decreti visitali del 1722 ne ripristinarono l’osservanza: questo episodio evidenzia l’importanza storica della Comunità per la pieve di Fiemme. 


Nel Seicento è significativo anche l’inventario degli arredi della pieve di Fiemme. Il primo, datato 7 giugno 1638 e redatto dal notaio Giovanni Giacomo Giovanelli, elenca calici, pianete e altri oggetti che testimoniano la ricchezza del patrimonio e la devozione dei fedeli. Parte dell’oreficeria fu purtroppo rubata nel 1677, causando grande dolore. Seguirono altri due inventari, nel 1688 e nel 1691, redatti dai notai Ludovico Bonelli e Antonio Muratori.

Nel Settecento il Principato vescovile di Trento fu guidato da vari principi-vescovi (da Giovanni Michele Spaur fino a Pietro Vigilio Thun). In questo periodo la Valle di Fiemme subì conseguenze delle guerre europee, dall’invasione francese della guerra di successione spagnola fino a quella napoleonica che portò alla fine del Principato e delle antiche istituzioni locali.

Nel 1777 la giurisdizione tirolese di Castello, Capriana e Valfloriana venne aggregata a quella vescovile di Fiemme, mantenendo però le proprie strutture tradizionali. Durante il secolo si svolsero varie visite pastorali (1722, 1738, 1749, 1767); nel 1789 il vescovo Pietro Vigilio Thun visitò Fiemme per le cresime ma, per una forte nevicata il 29 giugno, dovette rientrare a Trento.

All’inizio del secolo furono create nuove curazie: Varena con Daiano (1702, poi separate nel 1768), Panchià (1707) e Carano (1723). Nonostante ciò, la parrocchia di Fiemme continuava a comprendere l’intero territorio, mentre l’arciprete di Cavalese seguiva direttamente solo il borgo e la frazione Masi, dove operava già un sacerdote beneficiato.


Nel 1722 i decreti visitali ordinano di consacrare gli altari, sgomberare l’atrio e ripulire il cimitero; nel 1738 si ripetono simili raccomandazioni. Nel 1749 l’arciprete Trentini descrive la chiesa in vista della visita pastorale e vieta di vendere beni ecclesiastici per riparazioni; seguono interventi al tetto, agli altari e all’argenteria. Nel 1759 si sistemano i pilastri dell’ingresso al cimitero. La cappella di San Giuseppe nasce nel 1727 per iniziativa della Comunità, che ne tutela anche la devozione.

L’organo, deteriorato, viene rinnovato nel 1731 con due registri aggiuntivi e varie riparazioni successive; nel 1749 si impone di limitare l’accesso al palco. Don Giovanni Francesco Riccabona (1734-1801), già organista, divenne arciprete nel 1770 e lasciò legati preziosi e oggetti sacri. Durante il suo ministero si acquistarono arredi, si rifecero pavimenti, altari, infissi, battistero, atrio e si abbellì l’organo.

Nel 1797 le truppe francesi saccheggiarono Fiemme mirando alle casse comunitarie e parrocchiali; il tesoro della chiesa fu però salvato da parrocchiani.

Nel 1800 si entra nell’età contemporanea: dopo i brevi periodi bavarese e napoleonico, dal 1814 Fiemme passa sotto l’Impero austriaco (il Sacro Romano Impero era già finito nel 1806). A Trento si succedono i vescovi Emanuele Maria Thun (ultimo “principe”), Saverio Luschin e Giovanni Nepomuceno Tschiderer, con visite pastorali in Fiemme nel 1815, 1828 e 1840.

Per la valle il vero cambio è la fine dell’antica Comunità: il patrimonio passa agli undici Comuni, amministrati dai capicomune in rappresentanza non più dei “vicini” ma di tutti i residenti. Molte informazioni storiche andarono perdute a causa della scomparsa del quarto registro delle Rese di conto (1668-1756) della chiesa di Santa Maria a Cavalese, fonte preziosa per quasi novant’anni di amministrazione ecclesiastica.


All’inizio dell’Ottocento, in piena instabilità politica (passaggi tra governi austriaco, bavarese, napoleonico e di nuovo austriaco, con abolizione delle antiche Regole), la chiesa di Santa Maria Assunta di Cavalese subì la grande trasformazione del presbiterio: demolito quello antico (1805-1808) e costruito l’attuale in stile neoclassico su progetto di Cristoforo Unterperger, con lavori di diversi maestri e una spesa di circa 7.000 fiorini.

Il Crocifisso cinquecentesco di Martin Saifel venne spostato; l’altar maggiore, con porte, balaustre e stalli, fu acquistato dall’ex convento agostiniano di San Marco a Trento (1812-1813) e consacrato nel 1815. La nuova grande tela dell’Assunta fu dipinta a Roma da Giuseppe Unterperger su bozzetto del padre.

Nella prima metà dell’Ottocento la pieve contava sette altari oltre al maggiore. Si eseguirono numerosi lavori: rifacimenti del tetto (1801, 1815), facciata affrescata gratuitamente da don Antonio Longo (1814), nuovo portone, pile per l’acqua santa, pavimenti e statue; sistemazioni di cappelle, arredi e cimitero (1828-1830).

Anche l’organo ebbe riparazioni costose (1826 e 1845). Nel 1830 venne installato il parafulmine e negli anni seguenti altri interventi migliorarono coperture e strutture della chiesa.

Tra la seconda metà dell’Ottocento e il Novecento la pieve di Cavalese conobbe grandi cambiamenti. Dopo la creazione nel 1876 della parrocchia di Predazzo e lo smembramento progressivo delle antiche cure d’anime, la Magnifica Comunità finanziò numerosi interventi: ampliamento della sagrestia, rifacimento pavimenti, tetti, campanile e cappelle, sostituzione di altari laterali con confessionali, restauri di pale e arredi. Nel 1873 arrivò il nuovo organo di Joseph Sies, con scala d’accesso e ampliamento dell’orchestra.

Fra fine Ottocento e primi del Novecento continuarono restauri e acquisti di paramenti, statue e reliquiari (spesso opera di artigiani gardenesi). Con la Prima guerra mondiale la chiesa fu requisita dai militari: campane, rame e canne d’organo confiscate, atrio trasformato in deposito munizioni.

Nel 1944 la Comunità fece voto solenne alla Madonna Addolorata: nel dopoguerra dotò la pieve di nuovo altare, candelieri, gonfalone, crocifisso e apparati sacri. Tra 1950 e 1951, nonostante i vincoli della Soprintendenza, il parroco Frasnelli demolì l’antico altare barocco, altri altari laterali, pulpito e stucchi, trasformando radicalmente il presbiterio. Nel 1955 restavano solo due altari; nel 1973 l’assetto fu ulteriormente adattato alle nuove norme liturgiche.

Italo Giordani, La chiesa di Santa Maria, pieve di Fiemme, Cavalese, Parrocchia di Cavalese, Alcione, 2014.