Vigilio Firmian. Lo strapotere di un capitano vescovile
Le informazioni genealogiche e le pubblicazioni dedicate alla famiglia Firmian sono piuttosto scarse, nonostante il ruolo di rilievo che essa ebbe nella storia del principato vescovile di Trento e nella vicenda storica della valle di Fiemme. Particolarmente significativo, a questo proposito, è il manoscritto n. 1804 conservato presso la Biblioteca comunale di Trento, al quale è stato aggiunto un fascicolo in pergamena contenente alcune annotazioni genealogiche sulla famiglia. Originariamente composto di 6 carte; le prime due sono state tagliate e sulle quattro carte rimanenti sono presenti alcune note scritte dopo l'asportazione delle carte mancanti e continuate addirittura sul recto del foglio pergamenaceo incollato al legno che funge da copertina del volume. In totale si tratta quindi di 9 pagine.
Vigilio Firmian (1473-1506), discendente dell’illustre famiglia trentino-tirolese giunta in valle di Fiemme alla fine del Quattrocento, nacque a Castel Firmiano (Bolzano) il 22 ottobre 1449. La denominazione Firmian deriva dall'antico castello, di cui si possono ancora ammirare le rovine sull'omonimo dosso a sudovest di Bolzano. Il castello, feudo vescovile, nel 1473 fu ceduto dai fratelli Vigilio e Nicolò Firmian all'arciduca d'Austria e conte del Tirolo Sigismondo (1439-1490). In cambio Vigilio acquisì l’Alpe di Pampeago e il deganato di Castello (di Fiemme) diventando in tal modo proprietario di affitti su beni appartenenti ad un territorio sottoposto alla giurisdizione tirolese. Lo stesso anno ottenne dal vescovo Giovanni Hinderbach (1465-1486) la carica di vicario in Fiemme, dove rimase a rappresentare il principato per 33 anni, fino alla morte.
Il nobile abitava nel palazzo di famiglia a Cavalese, situato nel luogo dove ora si trovano la piazza e gli ingressi della chiesa e del convento francescani.
I contrasti con la popolazione della Val di Fiemme furono però numerosi. Questa, con la sua struttura popolare e una certa autonomia conquistata nel tempo, rappresentava l'antitesi della visione del mondo di Vigilio Firmian, fondata su un rigido dualismo: da un lato i signori, titolari di ogni diritto; dall’altro, i sudditi, gravati solo di doveri. Quando egli riferisce al vescovo gli usi e i costumi della gente di Fiemme, lo fa con tono ironico e con un evidente senso di superiorità verso quei pastori, ritenuti rozzi, che osavano rivendicare dei diritti.
Non mancarono infatti, momenti di tensione tra il Firmian e la popolazione locale. Ad esempio, dopo essere stato infeudato del decanato, egli richiese – come era suo diritto – la consegna del registro degli affitti. Tuttavia, la sua richiesta rimase senza esito: il documento risultava irreperibile, forse smarrito o addirittura distrutto. Di fronte a questo ostacolo, il Firmian si rivolse prima all'arciduca Sigismondo e poi all’imperatore Massimiliano (1490-1519), entrambi conti del Tirolo, ottenendo da loro un’ingiunzione scritta che obbligava il decano a consegnare il registro. Non essendo possibile reperire l’originale, si dovette procedere alla redazione di un nuovo elenco. I notai di Fiemme si rifiutarono però di occuparsene, e il compito fu affidato infine al notaio del tribunale, il bavarese Silvester Leitner (1509-1517). Questi, a partire dal 1504, raccolse – con l’aiuto di una commissione appositamente costituita – le dichiarazioni giurate degli affittuari, per quanto fosse ancora ricostruibile, completando il nuovo registro intorno al 1510.
Un secondo conflitto nacque dagli aggravi fiscali imposti nel 1504 dal Firmian, in accordo con il principe vescovo, su commerci vitali per la valle, come l’importazione di farine e l’esportazione di lana e agnelli. Dopo vane suppliche al capitano e al Principe vescovo Udalrico di Lichtenstein (1493-1505), la Comunità si rivolse all’imperatore Massimiliano I, che accolse la richiesta e inviò lettere di ammonimento al Principe vescovo e al capitano, chiedendo l’annullamento delle nuove imposte e il rispetto dei privilegi tradizionali. La reazione dei due fu ostile: denunciarono i rappresentanti della Comunità al Consiglio aulico di Trento, portando all’arresto dello Scario e del Regolano di Moena e richiedendo una multa di 3.000 fiorini d’oro. Non si conosce con precisione la sentenza, ma la Comunità fu costretta ad accettare le nuove imposizioni sui commerci e dovette chiedere perdono al Lichtenstein, tramite l’intercessione dello stesso capitano vescovile Vigilio Firmian.
È probabile che la "vendetta" del Firmian, manifestatasi nello stesso periodo attraverso una serie di processi per stregoneria, sia da ricondurre all'offesa subita nel conflitto con la Comunità. Sfruttando la diffusa superstizione popolare, i processi per stregoneria in val di Fiemme videro 28 persone accusate, di cui 6 riuscirono a fuggire, 4 morirono in carcere durante gli interrogatori, mentre le restanti 18 furono condannate al rogo. I beni di tutte le vittime vennero confiscati, poiché, secondo la legge dell’epoca, la stregoneria costituiva anche un reato di lesa maestà. In qualità di capitano della giurisdizione, Vigilio Firmian incassò così la somma di 1.135 fiorini.
Giordani I., Note genealogiche della famiglia Firmian per gli anni 1448-1612 tratte dal ms 1804 della Biblioteca comunale di Trento, in «Studi trentini di scienze storiche. Sezione prima», 81/1, 2002, pp. 101-112.
Giordani I., Corradini T., La giurisdizione di Castello di Fiemme e lo statuto del 1605, Lavis, 2006.