L'ultimo principe vescovo attacca il particolarismo di Fiemme

AMCF, Cassetto B, Sc. 24 - 28. Conferma dei privilegi della Comunità da parte di Pietro Vigilio Thun, principe vescovo di Trento.
AMCF, Cassetto B, Sc. 24 - 28. Conferma dei privilegi della Comunità da parte di Pietro Vigilio Thun, principe vescovo di Trento.

I tentativi dei principi vescovi di Trento di limitare i privilegi storici dell’antica Comunità di Fiemme proseguirono fino agli ultimi decenni del Settecento. Cristoforo Sizzo (1763-1776), alla guida del principato dal 1764 al 1776, perseguì una politica orientata all’uniformazione dei diritti dei sudditi e, al tempo stesso, al rafforzamento dell’autonomia del governo vescovile rispetto all’influenza asburgica. Attraverso una serie di provvedimenti cercò di consolidare il proprio controllo sugli organi giurisdizionali delle comunità locali, revocando privilegi concessi a specifiche categorie e tentando, in Valle di Fiemme, di intervenire direttamente nell’elezione dello Scario. Queste iniziative, finalizzate al rafforzamento del potere centrale a discapito delle autonomie cittadine e territoriali, furono proseguite dal suo successore Pietro Vigilio Thun (1776-1800), ultimo Principe vescovo di Trento.

Dopo aver sottoscritto un importante accordo con l’imperatrice Maria Teresa d’Austria, che avvicinava il principato all’Impero sul piano economico e militare, il Thun avviò un vasto programma di riforme volto a ridimensionare i privilegi delle élite nobiliari ed ecclesiastiche e a limitare l’autorità del magistrato consolare e del capitolo della cattedrale.

Tra i provvedimenti più significativi volti a ridurre i particolarismi presenti nei territori soggetti al principato vi fu lo statuto emanato nel 1783, concepito per contenere l’autonomia della Valle di Fiemme. Le disposizioni in esso contenute si ponevano in contrasto con gli antichi privilegi riconosciuti quasi sei secoli prima dai Patti Gebardini e successivamente confermati da numerosi atti ufficiali. L’obiettivo del principe vescovo era infatti quello di rafforzare il controllo sui magistrati valligiani, in particolare sullo Scario, che non sarebbe più stato eletto dalla popolazione, ma nominato direttamente dall’autorità vescovile, al pari degli altri funzionari pubblici.

Per difendere la propria autonomia, la Comunità affidò al notaio anaune Carlo Antonio Pilati l’incarico di esaminare il nuovo testo normativo e di elaborare osservazioni finalizzate alla tutela dei privilegi fiemmesi. Pilati analizzò attentamente lo statuto, riaffermò la validità delle consuetudini fondate sui Patti del 1111 e accusò apertamente il governo vescovile di perseguire interessi esclusivamente propri. Le sue argomentazioni confluirono in una dettagliata memoria, passata alla storia con il titolo di “Eccezioni di Fiemme”. Una copia del documento venne trasmessa al principe vescovo insieme alla trascrizione dei Patti Gebardini e delle successive conferme.

Ricevute le Eccezioni e i relativi allegati, Alberto Vigilio Alberti, allora cancelliere aulico del principato, convocò i rappresentanti dell’antica Comunità di Fiemme. Nessuna delegazione si presentò all’incontro; l’ente fece invece pervenire uno scritto con cui invitava l’autorità a specificare quali aspetti delle proprie consuetudini ritenesse necessario modificare. La controversia si concluse favorevolmente per la Comunità che, ancora una volta e ormai alle soglie della fine del principato vescovile, riuscì a ottenere la riconferma dei propri secolari privilegi.

Di Simone M. R., Diritto e riforme nel Settecento trentino, in «Storia del Trentino, vol. IV – L’età moderna», pp. 209-229, Bologna, 2000.


Giordani I., Storia di Fiemme del prof. Nicolò Vanzetta. Origini – 1815, pp. 142-146, Trento, 2012.